Vita, arte, mostre e libri

Attimi

La crescita artistica di Paolo Facchinetti si vede soprattutto sul fronte astratto in cui compaiono sperimentazioni pittoriche, cromatiche e gestuali.
Dando un rapido sguardo alle opere qui presenti, si nota come i colori che le caratterizzano siano soprattutto freddi, con alcune presenze di bianco/neri, anche se non mancano impulsi caldi e slanci appassionati in cui i contrasti riempiono la scena.
Stilisticamente parlando si può percepire come lo spazio delle opere sia organizzato in vari livelli nei quali Paolo lavora e sviluppa le forme e i movimenti.
Il primo livello, quello più distante da noi, crea l’atmosfera, contestualizza l’opera e il suo calore. A seguire tutti gli altri piani sono composti da interventi più o meno istintivi in cui il gesto si rende necessario e riconoscibile; sia esso una pennellata o un effetto pittorico ottenuto con l’ausilio di qualche strumento. L’ultimo livello, quello a noi più vicino, sembra dare nitidezza a tutta l’opera, quasi a volerla completare e definitivamente sancirne la fine.
Nell’insieme quello che si vede, quello che ci troviamo davanti, sono riassunti visivi di archi temporali cristallizzati e sovrapposti. Dei veri e propri “frame”, istantanee in cui i moti dinamici sono stati fermati per una frazione di secondo e immortalati. Questo spiega anche il senso di velocità e l’aspetto sfuggente di certe opere qui presenti, come la fotografia conserva nel tempo degli attimi della nostra vita, così queste opere rendono visibile le realtà fugaci che altrimenti non riusciremmo a cogliere.

Novembre 2014

Ancestrali

Ancora una volta l’arte di Paolo Facchinetti non delude le aspettative di crescita.
Si, perché se qualcuno conosce il lavoro di questo artista si renderà subito conto del grande passo in avanti compiuto con queste opere.
Segnicamente e graficamente, forse, il gesto innovatore sembrerà impercettibile e delicato. Ma sicuramente, dopo un più attento sguardo, quelle ombre che compaiono sulla superficie dell’opera illumineranno tutto il suo percorso.
Il segno distintivo sta tutto in queste lievi cromie sfumate, che si proiettano quasi casualmente sulla superficie dell’opera.

Ma facciamo un passo indietro.
Alla base c’è il tempo e le tracce di colore – non colore che esso lascia. Imbrigliati sulla superficie bidimensionale i gesti di Paolo Facchinetti tracciano campiture più o meno omogenee alla quali si sovrappongono frangenti. Attimi, pulviscoli, presenze di tempo messo a fuoco e cristallizzato in un contorno ben definito che risalta sul fondo gestuale e il più delle volte monocromatico.
Fotografie istantanee, in cui il calcolo e l’equilibrio permettono l’esistenza di queste opere che, se a prima vista possono sembrare disordinate e casuali, hanno una distribuzione degli spazi e delle pesantezze cromatiche davvero da manuale.
E già qui l’attività del Facchinetti poteva ritenersi arrivata dato che a livello puramente stilistico ed estetico aveva raggiunto la resa visiva di Gerhard Richter, uno dei suoi punti di riferimento della storia dell’arte astratto – gestuale. Ma il suo percorso ha voluto fare un passo in più per liberarsi di tutte le possibili analogie e ispirazioni riconducibili al passato.
Ora nell’opera si vede, si deve vedere, anche quello che non c’è. Anche quello che non è direttamente rappresentato perché sta letteralmente ad un livello superiore.

Ecco allora le ombre.
Come presenza – assenza il loro esserci segna l’esistenza di un qualcosa che però non è direttamente visibile a chi guarda. È qualcosa di reale? Sono presenze spiritiche? Sono solo segni senza vita? Questo non ci è dato saperlo, possiamo però immaginare che l’opera sia deposta su un piano e parallelamente ad esso scorrano trame, quasi dei tessuti, delle pellicole… come una carovana di presenze.
Non si sa cosa siano e non si sa se siano poi veramente qualcosa.
Fatto sta che queste ombre ci sono e come presenze ancestrali completano ciò che l’occhio vede rappresentato nell’opera. Questi lievi, ma precisi, interventi forniscono una lettura più profonda e curiosa a ciò che ci ritroviamo davanti.
Come tutto ciò che vediamo, e che Paolo Facchinetti realizza, c’entra ben poco la casualità. Le ombre non sono presenti senza uno schema preciso e senza una logica quasi geometrica che solo apparentemente risulta paradossale alla loro inconsistenza.
Parlano un codice e capire questo linguaggio geometrico – estetico è l’unico modo per entrare in armonia con l’opera e poterla comprendere ulteriormente.
Se la gestualità dell’artista è visibile nello sfondo delle opere e trova la sua libertà in queste campiture, nella realizzazione delle ombre questa stessa gestualità è trattenuta.
Tutta l’energia della nuova scoperta stilistica è incanalata per rendere al meglio queste forme apparentemente così naturali ed evanescenti, ma che sono invece frutto di una grande tecnica e sapiente manualità.

Per concludere, Paolo Facchinetti ha dimostrato ancora una volta di non sapersi fermare di fronte ad un risultato raggiunto. Di voler comunque approfondire la sua ricerca verso altre mete.
Non so se questa sarà la fine degli astratti in bianco e nero. Non lo sa nemmeno l’artista stesso.
Certo è che se il suo cammino proseguirà, questo è uno splendido traguardo da cui partire.

Milano, 2011

Timbri

I segni sono i rappresentanti di un bipolarismo artistico che si può ben dire avere le sue radici in quelle inquadrature veloci e a tratti improvvisamente fermate di Gerhard Richter, artista tanto caro a Paolo Facchinetti in quanto uno dei pilastri portanti della sua crescita e del suo gusto personale.
Lo scontro tra fazioni diverse sembra essere una costante nella vita artistica del nostro protagonista. Il suo viaggio nel fare arte pittorico che ormai dura da 30 anni ha conosciuto diverse “fasi”, svariate sperimentazioni ed anche contraddittori percorsi verso quella che è oggi la sua arte.
In quel bipolarismo artistico sopra citato risiedono gli studi tecnici e le empatie umane che il Nostro ha vissuto durante la sua vita artistica e non. Quando la vista di un’opera di Francis Bacon suscitava domande e sviscerava sensazioni e quando la contemplazione della perfezione richteriana sembrava non lasciare altra via d’uscita per il fare arte.
Paolo Facchinetti decide di non privarsi di nessuna di queste visioni innovative, le assolutizza in una poetica nuova, personale ed innovativa. Gioca con l’insofferenza umana di Bacon e l’illusione ottica di Richter, i due grandi pilastri del Novecento che lo hanno segnato profondamente.
L’esplosione, la disgregazione, lo sfaldamento della figura e dell’essere umano; della sua fragilità; del suo essere e non essere parte del cosmo. L’uomo visto non come un qualcosa di unitario, ma come se fosse l’insieme di tante piccole incertezze e dubbi e angosce.
Giustamente V. Angelini sostenne che “ […] il segno di Facchinetti traduce in forma non tanto il soggetto o una figura particolari bensì la dimensione della sua esperienza e conoscenza, il suo sentire interiore […] “.
La ricerca come continuo memento dell’essere un artista che non si può accontentare dell’immagine statica che ha davanti a sé. Ed è un percorso che si caratterizza per una forte particolarità che distingue il suo cammino rendendolo personalissimo.
Bacon deforma, Facchinetti sfalda. Più romantico di Richter e meno drammatico di Francis.
Ma la sua arte non è nemmeno solo questo. I colori, le forme, gli angoli prospettici, i gesti resi immobili dall’acrilico che si asciuga; l’arte vista semplicemente come un gioco ottico, come un complimento estetico nei confronti della vita. La pittura diventa illusione e per rappresentare un personaggio, la realtà o un amico si rende fondamentale.
L’illusione e la realtà, altre due componenti del bipolarismo di Facchinetti. Ma nel suo universo queste due facce della medesima medaglia non sono in lotta fra loro, una non esclude l’altra, anzi. Convivono, si fanno forza e si giustificano vicendevolmente.
Così il ritratto di un personaggio immortale per la musica jazz può nascere subito dopo aver concluso un’opera astratta nelle tonalità del blu e del nero; oppure entrambi i soggetti possono rendersi complementari e dividere la scenda di un quadro.

Come nel passato anche in questa nuova fase sembra che l’evanescenza abbia un ruolo fondamentale. Il binomio da sempre esistente nell’arte del Facchinetti non viene negato nemmeno in questo nuovo step della sua crescita artistica: presenza, ma soprattutto assenza. Le figure nascono non tanto dai timbri, ma dalla loro mancanza. Gli spazi liberi sono fondamentali per la figura stessa.
Un’arte del togliere. Michelangelo sosteneva che la vera scultura fosse quella “per via di togliere”. Senza fare paragoni forse insensati o cronologicamente impossibili, prescindendo dal fatto che qui si tratta in modo univoco di pittura, non mi sembra un caso che Il Grande Artista italiano sia uno dei punti di riferimento per il Nostro che spesso definisce le sue opere non con l’aggiunta di dettagli, ma cancellando. In questo senso il suo intervento in negativo può essere visto come una rielaborazione in chiave contemporanea e personale del principio michelangiolesco.
Lascia spazio agli sfondi, alle campiture mono-cromatiche; da’ voce ai “vuoti” delle forme e delle figure. Figure in negativo, definite dal non-esserci piuttosto che da quello che c’è.

Nella serie dei Timbri l’immagine ha una riconoscibilità impressionistica.
Osservati da vicino si assiste ad un’esplosione di forme nel bianco, nel nero e nel mono-colore; allontanandosi la figura acquista una sua identità, una definizione. L’immagine non c’è. La figura è creata dall’occhio dell’osservatore, che guardando ne compensa la mancanza, proprio come succedeva per le opere francesi della seconda metà dell’Ottocento.
Con i Timbri si ha la deflagrazione completa dell’immagine, da un epicentro, come un tumulto, l’esplosione si espande verso colui che guarda. Si avvicina e lo abbraccia coinvolgendolo.
Tuttavia il Nostro non rinnega i grandi pilastri dell’arte che hanno avuto un ruolo fondamentale per l’umanità artistica e per lui stesso. Prima si è accennato a Richter e anche alla disgregazione dell’immagine; come se la superficie crollasse ed il tumulto sfaldasse la figura e la scomponesse in centinaia di frammenti (i timbri). Tutte queste componenti hanno comunque un nucleo originario che sta nel cuore dell’immagine e dell’opera stessa.
Ma non era forse quel Vincent Willem van Gogh tanto innovativo quanto introspettivo, che componeva le sue figure con centinaia di pennellate che tuttavia avevano un centro da cui nascevano, che le generava?
Con Paolo la pennellata si è evoluta ed è cresciuta sperimentando nuovi mezzi e strumenti del fare arte, approdando al timbro di varia forma e misura.
Ma l’eredità e l’insegnamento dell’ormai “classico” pittore olandese si riscontra in quell’epicentro figurativo che da’ origine a tutta l’opera.
Un ulteriore sviluppo nella fase sperimentale dei timbri si ha quando dal fondo nero il bianco si fa strada prendendo il sopravvento. Si assiste ad un cambiamento repentino. Il bianco prevale sullo sfondo. Il vuoto acquista più importanza e sono il nero ed il colore, ora, a creare l’immagine. Come se si assistesse ad una trasposizione quasi in negativo dello sguardo del pittore.

Insomma, i timbri sono tutto questo; sono una sorta di sintesi di quello che è stato il percorso, la ricerca e la crescita di Facchinetti in ambito artistico.

Ottobre 2009