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C'è tutto un mondo intorno all'arte astratta e informale di Paolo Facchinetti. Un mondo spesso impalpabile e sfuggente, frutto di suggestioni inconsce, che all'improvviso si accende a colpi di spatola sulla tela tramutandosi in segno tangibile, presenza, coagulo di materia. Facchinetti ha scritto che "la pittura è la mia solitudine ma soprattutto la mia salvezza, la mia libertà, dove ancora esistono l'immaginazione, il sogno, l'alchimia, il rito magico di un segno, di una forma, di un colore". L'azione gestuale, l'"incipit" del pittore nato a Nembro, nella Valle Seriana, a un'incollatura da Bergamo, è dunque la sinfonica "palette" di colori che di volta in volta si svelano, suggeriscono, introducono densi, omogenei, diluiti. Quando il gesto si fa etereo e leggero dando vita a colature che si sovrappongono e stratificano, ecco trasparire dai quadri carezze cromatiche riconducibili all'espressionismo lirico dell'americano Paul Jenkins. Quando viceversa il gesto equivale a forza, impulso, sfogo emotivo, l'ideale riferimento è l'energia pittorica del tedesco Gerhard Richter. Entrambe le "anime", spesso, dialogano fra loro concretizzando rapide pennellate e grumi di colore, sgocciolature e "fermi immagine" materici. È proprio in queste pitture, allora, che l'action painting e il dipingere meditativo si confrontano e si armonizzano per scandire, nell'arte di Paolo Facchinetti, la migliore ragion d'essere.

 Stefano Bianchi  / Milano - novembre 2014

 

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