{"id":1897,"date":"2019-10-09T13:55:01","date_gmt":"2019-10-09T13:55:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/?page_id=1897"},"modified":"2024-01-29T10:54:35","modified_gmt":"2024-01-29T10:54:35","slug":"giovanna-brambilla","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/giovanna-brambilla\/","title":{"rendered":"Giovanna Brambilla"},"content":{"rendered":"\n\t\n\t<div class=\"section \" \t\tstyle=\"\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tbackground-color: #ffffff;\t\t\t background-image: url('http:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/back-olio5.jpg');\t\t\t\t\t\t\"\n\t\t\t\t\t>\n\n\t\n\t<section>\n\n\t\n\t\n\t<div class=\"container\">\t\t<div class=\"su-spacer\" style=\"height:300px\"><\/div>\t<\/div> <!-- container -->\n\t\n\t\t<\/section>\n\t<\/div> <!-- section -->\n\n\t\n\t\n\n\t\n\t<div class=\"section \" \t\tstyle=\"\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tbackground-color: #db4c94;\t\t\t\t\t\t\t\t\t\"\n\t\t\t\t\t>\n\n\t\n\t<section>\n\n\t\n\t\n\t<div class=\"container\">\t\t\n<div class=\"su-row\">\n<div class=\"su-column su-column-size-1-2\"><div class=\"su-column-inner su-u-clearfix su-u-trim\">\n<h5>Terre e cieli<\/h5>\n<p>La parola paesaggio in Occidente nasce tardi, nel XVI secolo, dopo che l\u2019arte ha generato le immagini della natura. Prima di allora montagne, fiumi sovrastati da cieli avevano luogo solo come entit\u00e0 fisiche, non come oggetto che si dispiega nella sua vibrante meraviglia allo sguardo dell\u2019artista. Dove si vede un paesaggio \u2013 in una scena religiosa o politica \u2013 \u00e8 sempre simbolico, per quanto realistico possa sembrare, e sta, come il fondale di una scena teatrale, a raccontare una realt\u00e0 altra da s\u00e9: che siano alberi per il giardino del paradiso, case e strade come metafora di una citt\u00e0, cieli trapunti di stelle per aiutare a presentire l\u2019immensit\u00e0 del Paradiso.<br \/>\nArriva, il paesaggio, con la stagione dell\u2019Umanesimo e del Rinascimento, quando l\u2019uomo si pone in mezzo alla realt\u00e0, vivo testimone della storia, osservando e disegnando. \u00c8 una premessa importante per leggere queste opere, a cinquecento anni di distanza. Terre e cieli, nati dalla vertigine dello sguardo che parte dal basso, dalla coscienza di ci\u00f2 che \u00e8 peso, materia, terra, erba, acqua, per librarsi in un istinto al volo verso l\u2019alto, dove nulla resta a cui ancorarsi, come un tuffo a rovescio. Nessun uomo qui, nessuna donna. Niente. Il vuoto per\u00f2 non abita queste tele, che sono un inchino silenzioso alla natura, un passo indietro del protagonismo delle immagini per ritornare a quell\u2019aniconismo, tipico dell\u2019ebraismo e dell\u2019islam, che rifiutava la riproduzione del divino per accogliere a piene mani il resto del creato.<br \/>\n\u00abCi sono pi\u00f9 cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia\u00bb, cos\u00ec diceva l\u2019inquieto principe di Danimarca, e questa ricchezza la percepiamo penetrando le terre e i cieli di Paolo Facchinetti. Sentiamo aria fredda e tersa, quasi di vetro, profumi, crepitii, vento, la fuga delle nuvole, l\u2019umido della terra e lo spostarsi dell\u2019erba. Serve che l\u2019uomo si faccia da parte, che l\u2019artista decida, con estrema tensione, di mettere ogni fibra del suo sguardo, ogni tendine del braccio e delle dita, in ascolto muto di quell\u2019universo che Galileo, un maestro dello sguardo, aveva definito \u00abgrandissimo libro che continuamente ci sta aperto davanti agli occhi\u00bb.<br \/>\nQuesto piccolo catalogo si apre a sua volta su un altro libro, che costituisce una sfida titanica e poetica al tempo stesso, perch\u00e9 l\u2019artista ha nel tempo scritto cieli, uno per pagina, non sotto l\u2019effetto effimero della visione, ma con la pratica ascetica e solitaria del ricordo. \u00c8 il cielo &#8211; cos\u00ec mutevole, ma da sempre legato alla capacit\u00e0 umana di raccogliere le sfide, di avere coraggio, sogni, tenacia &#8211; a diventare criterio di misura e verifica della memoria, in un metaforico e prezioso diario che celebra la liturgia di uno sguardo, la pratica costante della pazienza e ci indica la via a rinnovare, ogni giorno, lo stupore per l\u2019infinito.<\/p>\n<p><em>Giovanna Brambilla, 11 novembre 2020<\/em><\/p>\n<\/div><\/div>\n<div class=\"su-column su-column-size-1-2\"><div class=\"su-column-inner su-u-clearfix su-u-trim\">\n<\/div><\/div>\n<\/div>\n\t<\/div> <!-- container -->\n\t\n\t\t<\/section>\n\t<\/div> <!-- section -->\n\n\t\n\t\n\n\t\n\t<div class=\"section \" \t\tstyle=\"\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tbackground-color: #ffffff;\t\t\t background-image: url('http:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/back-olio5.jpg');\t\t\t\t\t\t\"\n\t\t\t\t\t>\n\n\t\n\t<section>\n\n\t\n\t\n\t<div class=\"container\">\t\t<div class=\"su-spacer\" style=\"height:300px\"><\/div>\t<\/div> <!-- container -->\n\t\n\t\t<\/section>\n\t<\/div> <!-- section -->\n\n\t\n\t\n\n\t\n\t<div class=\"section \" \t\tstyle=\"\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tbackground-color: #db4c94;\t\t\t\t\t\t\t\t\t\"\n\t\t\t\t\t>\n\n\t\n\t<section>\n\n\t\n\t\n\t<div class=\"container\">\t\t\n<div class=\"su-row\">\n<div class=\"su-column su-column-size-1-2\"><div class=\"su-column-inner su-u-clearfix su-u-trim\">\n<h5>Come in Terra, cos\u00ec in Cielo<\/h5>\n<p>Quindici rettangoli per terra, stretti e ravvicinati, e uno, grande, di fianco all\u2019altare. Lo sguardo li percorre, passando da uno all\u2019altro, cercando vanamente di identificare o riconoscere figure, forme rassicuranti, immagini didascaliche, e poi arriva a posarsi su un cielo scuro, nuvoloso, senza colori, inquieto, che si eleva come una pala d\u2019altare vuota sul lato opposto rispetto all\u2019ambone. Forse \u00e8 di questo che abbiamo bisogno tutti, ora, di non avere immagini, di non sentire rumore, di non distrarci nei linguaggi di quella comunicazione che costantemente ci raggiunge, ci incanta, ci isola, e ritornare all\u2019essenziale. \u00c8 la prima volta che Paolo Facchinetti, l\u2019autore, si confronta con uno spazio sacro, con la richiesta di mettersi in ascolto di un tema \u2013 quello delle Beatitudini &#8211; scelto per accompagnare il cammino pasquale della comunit\u00e0; ne \u00e8 nato un lavoro sorretto da una riflessione profonda e da una grande generosit\u00e0 creativa: le opere che si dispiegano allo sguardo sono state create per questo luogo, e per costituire una narrazione silenziosa.<\/p>\n<p>Si parte dalla terra, \u00e8 qui che stiamo, \u00e8 qui che si gioca il senso della nostra esistenza, che costruiamo ciascuno il proprio cammino, e i quindici rettangoli stretti sembrano pietre di un guado, traversine di una ferrovia senza binari, invito al viaggio. Sono quindici sagome realizzate interamente dall\u2019artista, dalla parte pi\u00f9 semplice, la struttura di legno, a quella che fa da supporto all\u2019opera, la carta Fabriano, trattata con sapienza, per diventare supporto della pittura. Che cosa indica questo passaggio se non l\u2019idea ebraica di Pasqua \u2013 Pesach -, di passaggio, che diventa poi il passaggio della Pasqua cristiana? Ma non c\u2019\u00e8 solo questo: quindici \u00e8 un numero che nasce dalle quattordici stazioni della Via Crucis, simbolo dell\u2019itinerario della Passione, unite a un\u2019ultima stazione, la pi\u00f9 importante, sempre assente, quella della Resurrezione, a ricordare che la sofferenza non \u00e8 stata la fine, che l\u2019arrivo \u00e8 altro, ma c\u2019\u00e8 qualcosa, nella genesi di queste opere, che giace nascosto al loro interno e ne costituisce la pi\u00f9 intima sostanza.<\/p>\n<p>Il foglio su cui l\u2019artista ha lavorato nasce come materiale di scarto, come carta \u201ca perdere\u201d, avanzata da lavori pi\u00f9 grandi, e &#8211; come la pietra scartata dai costruttori divenuta testata d\u2019angolo &#8211; queste strisce di carta, lunghe e strette, sono diventate un alfabeto nuovo, capace di portare un segno. Il titolo della serie,\u00a0<em>Immagine ritrovata<\/em>, riscatta una carta senza valore, che diventa opera, montata su un legno che non \u00e8 croce, strumento di martirio, ma sostegno al passo e allo sguardo; l\u2019inserimento della quindicesima stazione con la sua presenza fa virare la percezione della Via Crucis dalla celebrazione del dolore allo stupore delle Resurrezione. Non ci sono immagini visibili su queste opere, ma tracce di colore, segni della presenza dell\u2019artista, della sua capacit\u00e0 immaginifica, del suo desiderio di lasciare una traccia di s\u00e9, un\u2019impronta discreta nella storia, quella con la s minuscola, una materializzazione del proprio talento.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la terra, questo \u00e8 il nostro passaggio, ma l\u2019ultima traversina, l\u2019ultimo gradino, la stazione finale, \u00e8 un ponte verso il cielo, verso la tela che attira l\u2019attenzione, livida, contrastata, quasi memore di quel cielo che si oscur\u00f2. I\u00a0<em>Cieli<\/em>\u00a0di Paolo Facchinetti non sono mai immaginati, sono sempre cieli che egli osserva, che guarda, soprattutto verso sera, per poi portarli con s\u00e9 e dare loro vita su una tela, la mattina dopo. La sua \u00e8 un\u2019arte che parte sempre dal dato reale, dall\u2019osservazione attenta dei laghi, dei rami, dei boschi, delle foglie, e dei cieli, non c\u2019\u00e8 bisogno di inventare altro, perch\u00e9 quello che si dispiega ai nostri occhi ha una ricchezza tale da tenere il suo cuore, la sua testa e la sua mano impegnati in una costante tensione che vuole riuscire ad essere omaggio \u2013 il pi\u00f9 veritiero possibile \u2013 alla natura. Lo sguardo di Paolo Facchinetti, in questi ultimi anni, si \u00e8 mosso con un nomadismo inquieto dalla terra al cielo, dallo sguardo basso e ravvicinato verso i rovi, le sterpaglie, i canneti &#8211; che ritornano solo evocati nel sentiero disteso sul pavimento della chiesa \u2013 allo sguardo rivolto al cielo, uno spazio diverso, senza prospettiva, senza confini, una finestra senza telaio, infinita, una profondit\u00e0 incolmabile e non misurabile, che trasposta sulla tela ritorna ad avere un limite e un confine per poter essere compresa dall\u2019uomo. \u00c8 vero, Paolo Facchinetti i cieli non li inventa mai, li trattiene nella memoria, tutti, fatta eccezione per questo cielo livido, che non esiste, che vuol essere solo una tenda, un sipario per l\u2019attesa, non diversamente dalle quattordici\u00a0<em>Immagini ritrovate<\/em>. L\u2019artista questo cielo non l\u2019ha mai visto, ma gli d\u00e0 vita, forma sostanza, lo compone mettendovi la paura, la fatica, il dolore, il senso di smarrimento. Non sar\u00e0 sempre cos\u00ec, la tela \u00e8 un passaggio, perch\u00e9 a Pasqua verr\u00e0 sostituita da un\u00a0<em>Cielo<\/em>\u00a0azzurro, luminoso, uno di quelli visti davvero e salvati, come se avesse voluto in qualche modo trovare un\u2019immagine per quanto l\u2019apostolo Paolo scrive nella\u00a0<em>Prima Lettera ai Corinzi<\/em>: \u201cNon voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare\u201d, l\u00ec dove la nuvola e il cammino si incontrano, come accade nella Bibbia, come si \u00e8 cercato di fare, in questo tempo forte, in Chiesa.<\/p>\n<p><em>Giovanna Brambilla, Bergamo 14 marzo 2019<\/em><\/p>\n<\/div><\/div>\n<div class=\"su-column su-column-size-1-2\"><div class=\"su-column-inner su-u-clearfix su-u-trim\">\n<\/div><\/div>\n<\/div>\n\t<\/div> <!-- container -->\n\t\n\t\t<\/section>\n\t<\/div> <!-- section -->\n\n\t\n\t\n\n\t\n\t<div class=\"section \" \t\tstyle=\"\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tbackground-color: #ffffff;\t\t\t background-image: url('http:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/back-olio5.jpg');\t\t\t\t\t\t\"\n\t\t\t\t\t>\n\n\t\n\t<section>\n\n\t\n\t\n\t<div class=\"container\">\t\t<div class=\"su-spacer\" style=\"height:300px\"><\/div>\t<\/div> <!-- container -->\n\t\n\t\t<\/section>\n\t<\/div> <!-- section -->\n\n\t\n\t\n\n\t\n\t<div class=\"section \" \t\tstyle=\"\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tbackground-color: #db4c94;\t\t\t\t\t\t\t\t\t\"\n\t\t\t\t\t>\n\n\t\n\t<section>\n\n\t\n\t\n\t<div class=\"container\">\t\t\n<div class=\"su-row\">\n<div class=\"su-column su-column-size-1-2\"><div class=\"su-column-inner su-u-clearfix su-u-trim\">\n<\/div><\/div>\n<div class=\"su-column su-column-size-1-2\"><div class=\"su-column-inner su-u-clearfix su-u-trim\">\n<h5>Tzimtzum<\/h5>\n<p>Nella cabala ebraica\u00a0<strong>\u05e6\u05de\u05e6\u05d5\u05dd \u2013 <\/strong>tzim tzum \u2013 \u00e8 ci\u00f2 che rende possibile la creazione del mondo da parte di Dio. Il suo significato, difficile da rendere in italiano, corrisponde all&#8217;atto del ritrarsi, come all&#8217;onda che indietreggia per riuscire a coprire la sabbia nel moto successivo, come l&#8217;azione di espirazione prima di gonfiarsi i polmoni con l&#8217;aria, e indica l&#8217;atto con il quale Dio si ritrae in se stesso per \u201cfare spazio\u201d a ci\u00f2 che vuole creare.<\/p>\n<p>L&#8217;intero lavoro di Paolo Facchinetti si gioca su questo, sulla dialettica composta, silenziosa, perseguita con un lavoro di ricerca in continua tensione, tra la materia e l&#8217;idea. Guardando i suoi lavori emergono una rarefazione e una contrazione tali da non fare affiorare al pensiero il peso e la fatica di un grumo materico eppure, per comprendere appieno un&#8217;opera, per andare al di l\u00e0 dell&#8217;estetica della pelle, credo che sia sempre pi\u00f9 necessario il tempo della comprensione e dell&#8217;esplorazione del viaggio, del lavoro invisibile delle mani, del pensiero che ha presieduto alla formulazione di una poetica.<\/p>\n<p>Non si vuole negare l&#8217;importanza dello sguardo sull&#8217;opera, ma uno sguardo \u2013 spesso veloce, spesso connotato da una voracit\u00e0 estetica, che accarezza le superfici trovando piacere nella loro apparenza \u2013 non \u00e8 un occhio che va a fondo. Al di l\u00e0 dello sguardo c&#8217;\u00e8 la visione, il desiderio dello scavo, dello scarto, dello scavalco rispetto alla prima impressione, la necessit\u00e0 di superare il puro dato sensibile e la consapevolezza che solo sapere qual \u00e8 stato il processo creativo pu\u00f2 rendere ragione del lavoro di un artista.<\/p>\n<p>Le opere di Paolo Facchinetti selezionate in questo catalogo vedono il dispiegarsi allo sguardo di una serie di lavori che possono, seppure nella loro diversit\u00e0 di tecniche e supporti, essere definiti come \u201cpaesaggi\u201d o, meglio ancora, \u201clandscapes\u201d. Il termine italiano, infatti, \u00e8 radicalmente diverso da quello inglese, perch\u00e9 \u201cpaesaggio\u201d implica l&#8217;antropizzazione del terreno, la visibilit\u00e0 del lavoro con cui l&#8217;uomo segna i luoghi al suo passaggio, possedendoli e trasformandoli. Il termine inglese, invece, parla di terre e di fuga, di spazio in cui perdersi ed evadere, con un&#8217;ansia di superamento della finitudine delle frontiere.<\/p>\n<p>Nella storia dell&#8217;arte il paesaggio diventa forma pittorica indipendente e autonoma dalla fine del XVI secolo, quando cessa di essere un contenitore di eventi umani che vedono una gerarchia figurativa in cui \u00e8 la presenza di Dio, o quella dell&#8217;uomo, a dare giustificazione della raffigurazione di terre, mari, piante. Eppure, nelle grandi narrazioni cosmogoniche delle diverse civilt\u00e0, l&#8217;uomo arriva dopo il paesaggio.<\/p>\n<p>Prima c&#8217;\u00e8 il nulla. \u00c8 necessaria la presenza del vuoto perch\u00e9 ci sia uno spazio, e questo spazio possa poi accogliere le immagini del creato: le prime ad arrivare sono le linee di demarcazione tra gli elementi fondatori del cosmo, tra la luce e l&#8217;ombra, che possono definire gli oggetti, sino ad arrivare ad acqua, terra, liquido e solido. Nella cultura orientale, cos\u00ec come nella percezione dello sguardo di quei popoli, non esiste tuttora alcuna priorit\u00e0 gerarchica, n\u00e9 cognitiva, tra primo piano e sfondo, uomo, natura e cose, mentre nell&#8217;arte europea questa gerarchia iconografica ha dato vita a una precisa codificazione dei generi pittorici in una scala di importanza che vedeva nella posizione pi\u00f9 eminente la grande pittura sacra, storica e allegorica, fino al livello pi\u00f9 basso, con i quadri di genere: scene popolari, interni, paesaggi, nature morte.<\/p>\n<p>In questo status quo sparigli\u00f2 le carte la riforma protestante, che come un rasoio di Ockham lev\u00f2 dalle chiese le immagini religiose \u2013 fatta salva la croce \u2013, escluse la Madonna e i santi dalla devozione e dal culto e punt\u00f2 lo sguardo sull&#8217;umanit\u00e0 e sulla dignit\u00e0 di quanto \u00e8 terreno, spostando il punto di vista dal cielo alla terra. Ed ecco che, a partire dai Paesi del nord Europa, la pittura di paesaggio si libera dai prestigioso abitanti, diventa autonoma, acquista piena dignit\u00e0, celebra a modo suo la vita, e lentamente sposta sulla natura la rappresentazione del teatro dell&#8217;anima e dei sentimenti.<\/p>\n<p>Certo, fu un cammino lungo, che pass\u00f2 anche attraverso il grande snodo dell&#8217;Ottocento, quando i pittori iniziarono a dipingere per se stessi, per dare vita ai loro sentimenti e alle loro inquietudini, senza diventare portavoce neutrali della committenza, e anche la fotografia contribu\u00ec a questo cambiamento di paradigma artistico, perch\u00e9 liber\u00f2 i pittori dal vincolo della rappresentazione del reale. L&#8217;ultimo giro di vite lo diedero l&#8217;espressionismo, che apr\u00ec il vaso di Pandora del cuore degli artisti, legittimando la possibilit\u00e0 di modificare visivamente e cromaticamente la realt\u00e0 in cui ci si trovava a vivere, e l&#8217;infiltrazione dell&#8217;arte giapponese, che portava alla ribalta la possibilit\u00e0 di dare al bianco e al nero lo status di colori veri e propri e non di mezzi di gradazione delle tinte.<\/p>\n<p>Questo breve excursus mi era necessario per evidenziare una serie di elementi che certamente sono presenti, anche se sottotraccia, nei lavori di Paolo Facchinetti: il paesaggio, la priorit\u00e0 della soggettivit\u00e0, la fotografie e l&#8217;uso quasi esclusivo del bianco e del nero. In ogni sua opera \u00e8 presente la partenza dal dato figurativo, che per\u00f2 \u00e8 un avvio, e non un approdo. Lo diceva gi\u00e0 il filosofo Francis Bacon: \u201cars sive additus rebus homo\u201d, ovvero\u00a0 l&#8217;arte \u00e8 l&#8217;uomo aggiunto alla natura, l&#8217;uomo come elemento catalizzatore, in grado di modificare la natura per seguire il miraggio di un&#8217;idea. Qui l&#8217;artista parte da immagini, da istantanee, Polaroid, fotografie ricavate con lo smartphone, che sono materiali connotati da una straordinaria immediatezza nella loro genesi: l&#8217;ottica di questi strumenti, incredibilmente recettiva, imprigiona un frammento di spazio. Ma l&#8217;istantanea, l&#8217;attimo fermato, non pu\u00f2 essere meta o fine, non nella poetica di Paolo Facchinetti: l&#8217;artista deve appropriarsene, deve ritrovarsi e perdersi, deve imprimere la sua poetica alla materia.<\/p>\n<p>Qui si pone una scelta nell&#8217;operare artistico: aggiungere o levare. Intervenire sul dato materico, fisico, scenografico di partenza per aggiungere elementi, arricchirlo con suggestioni, offuscare lo sguardo con oggetti e dettagli capaci di disperdere l&#8217;unit\u00e0 della visione, oppure procedere per via di levare? Eliminare con tenacia tutto ci\u00f2 che ancora la visione alla riconoscibilit\u00e0 degli oggetti e che ferma l&#8217;istinto al volo? Tagliare i rami secchi dell&#8217;immagine per farla germogliare a nuova vita? L&#8217;artista sceglie la seconda strada, quella pi\u00f9 ardua, quella che non gioca da affabulatore con lo sguardo viziato dello spettatore, avviando il processo di una vera e propria metamorfosi, di una reale creazione, in cui Paolo Facchinetti \u00e8 sorretto da una strenua volont\u00e0 di sperimentazione tecnica; egli aggira la materia, la testa, la elabora, procede a tentoni, convinto che la verit\u00e0 artistica stia in questa profonda ricerca di corrispondenza tra l&#8217;opera e ci\u00f2 che vi si vorrebbe vedere, vedere per davvero.<\/p>\n<p>Le opere di Paolo Facchinetti sono, allora, dei paesaggi dell&#8217;anima ottenuti per via di levare, paesaggi nell&#8217;accezione inglese del termine, realizzati attraverso passaggi non lineari, decantazioni, scarpate, come nella pratica della composizione degli haiku, in cui all&#8217;apparente semplicit\u00e0 della composizione corrisponde un continuo lavorio di purificazione, per costringere la materia \u2013 in quel caso verbale \u2013 a piegarsi per raccogliere e donare un&#8217;emozione a chi ascolta.<\/p>\n<p>Un paesaggio \u00e8 riconoscibile solo se esiste una luce che lo attraversa, la luce \u00e8 l&#8217;elemento fisico che rende visibili i colori e, nell&#8217;ascetica e inesausta ricerca dell&#8217;artista, \u00e8 proprio nello sfrondamento dell&#8217;opera dai colori che la luce si fa davvero visibile.<\/p>\n<p>L&#8217;importante, in questa poetica, \u00e8 il \u201cprima\u201d, \u00e8 lo tzim tzum, il contrarsi e il ritrarsi dell&#8217;immagine per accogliere il concetto primigenio affiorato nella visione mentale dell&#8217;artista. Nei lavori qui riprodotti appare l&#8217;evento fondatore, prima che si verifichino i suoi effetti, il raggio di luce che attraversa l&#8217;oscurit\u00e0, prima del suo dispiegamento cromatico sulla vita. L&#8217;apparizione prima della comprensione: la luce arriva levando la materia, la luce dilaga facendo vuoto, viene ricreato uno spazio per l&#8217;apparizione.<\/p>\n<p>Anche le forme emergono attraverso il ritrarsi: cos\u00ec, nelle opere di Paolo Facchinetti, attraverso un velario quasi impalpabile, che non vuole essere un virtuosistico inganno dell&#8217;occhio, bens\u00ec uno strumento di conoscenza e consapevolezza, emergono e si intuiscono calligrammi raffinati e rarefatti, che prendono forma sotto i nostri occhi, che ci invitano a un viaggio oltre la superficie.<\/p>\n<p>In alcuni di questi lavori si ha come l&#8217;impressione di guardare un riflesso, di potersi confrontare con un&#8217;immagine che ci raggiunge attraverso una sorta di mediazione visiva, sembra di vedere un&#8217;ombra riportata, come se il supporto fosse un angolo di rifrazione e di riflessione di qualcosa che \u00e8 ancora troppo forte per poter essere affrontato direttamente. Cos\u00ec l&#8217;opera, pi\u00f9 che un&#8217;epifania, diventa \u2013 e si va sempre per via di levare \u2013 il parlare di qualcosa attraverso la sua assenza: parlare della luce attraverso delle ombre palpabili, come sciabolate, parlare del colore attraverso il monocromo, di quanto \u00e8 terreno attraverso un linguaggio immateriale, dello spazio infinito attraverso la bidimensionalit\u00e0 della superficie, con un alfabeto pittorico portato all&#8217;existenz minumum.<\/p>\n<p>\u201cE gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce\u201d: cos\u00ec scrisse l&#8217;evangelista Giovanni sulla fatica dell&#8217;uomo di affrontare la vita, sulla facilit\u00e0 di un&#8217;esistenza che non vuole fare alcuno sforzo per andare oltre la superficialit\u00e0 delle cose, ma la vita \u00e8 composta di luce e di ombra, l&#8217;una non si d\u00e0 senza l&#8217;altra e l&#8217;artista, allora, \u00e8 una soglia che sfida l&#8217;osservatore.<\/p>\n<p>L&#8217;opera diventa una porta, un elemento ambiguo, che pu\u00f2 aprirsi o chiudersi, farsi varco o barriera, senza mai rinunciare ad essere un invito.<\/p>\n<p><em>Settembre 2015<\/em><\/p>\n<\/div><\/div>\n<\/div>\n\t<\/div> <!-- container -->\n\t\n\t\t<\/section>\n\t<\/div> <!-- section -->\n\n\t\n\t\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","template":"page-full.php","meta":{"footnotes":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/1897"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1897"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/1897\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2156,"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/1897\/revisions\/2156"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.paolofacchinetti.com\/art\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1897"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}