Le opere di Paolo Facchinetti sono dei ritratti giganti di persone che vivono a stretto contatto con lui e che immortala su carta in disegni minimali, dalle venature dark, dove l’immagine sfuma verso il basso in una quasi apparizione spettrale.

Oppure ne ricompone dei primi piani in un certo senso impressionistici, che si riconoscono con una precisione totale a distanza e che diventano, avvicinandosi sempre più, un marasma di timbri.
L’opera è difatti niente altro che un vortice di timbrature l’una sull’altra e l’una affianco all’altra, confuse, a un certo punto irriconoscibili, poi più rade lì dove ci sembrava ci fosse un tocco di luce.

L’uso dei timbri per creare l’immagine dà una sensazione di imprecisione, di un insieme di segni tutti distinti, a se stanti, che ricompongono un’immagine quasi per sbaglio; ma allo stesso tempo, essendo il timbro un oggetto di ufficializzazione, diventa un modo per consacrare l’elemento rappresentato – in questo caso la persona – all’interno della propria arte e della propria vita.

Carolina Lio
Manarola (SP)
23 Luglio 2008

 

Sguardi, bocche, occhi, zigomi: per Paolo Facchinetti l’orizzonte del mondo coincide con i confini del volto umano. Nei suoi margini, limitati e spazialmente contenuti, è l’immensa riflessione sulla vita stessa.
Mai un volto qualunque, mai un profilo anonimo, sempre – al contrario – un’immagine carica del fardello delle emozioni e degli affetti: gli amici, i colleghi di lavoro, i familiari, se stesso.
Al pari di un antico maestro di quell’Accademia bergamasca da cui proviene professionalmente, Paolo Facchinetti è capace di sviluppare tematiche esistenziali e di produrre saggi di maestria tecnica senza spostarsi troppo dal luogo tradizionalmente preposto alla significazione vitale: il volto umano.
Certo, da figlio del suo tempo quale non può non essere, esce spesso in cenni frammentari, in messe a fuoco parziali che rompono drammaticamente l’unità consolidata della sua riconoscibilità iconografica, ma si tratta di una segmentazione “produttiva” e non distruttiva. Giustificata non da un intento dichiaratamente negativo nei confronti della realtà, ma da una esigenza di approfondimento e di analisi ravvicinata della realtà stessa. Infatti allo studio di singoli particolari, magari fermati su carta da un carboncino solitario ma efficace (”Sguardo” 2001, matita su carta, “Studio per ritratto del Dott. E. Daina”, 2000, “Bocca” 2001), segue la rielaborazione matura e completa dell’oggetto-volto, prodotta nella più classica delle tecniche: l’olio su tavola.
In queste opere si esprimono a pieno la personalità umana e la competenza professionale dell’autore, che sceglie il territorio più difficile per confrontarsi con la realtà: il ritratto.
Paolo Facchinetti mostra di sapere che conoscere la realtà non è rappresentarla, bensì costruirla, che niente esiste fuori dell’uomo e indipendentemente da esso, ma tutta la realtà esterna all’uomo dipende dal suo sguardo creatore. Nel ritratto, l’operazione di ri-creazione artistica è resa più complessa dalla tacita regola della “necessità di somiglianza”, che serve ad arginare gli eccessi di una eventuale “deriva” interpretativa (per usare un termine caro a Umberto Eco), ma conserva comunque tutte le caratteristiche dell’autentico percorso artistico-creativo, teso non ad avvicinarsi alla realtà, ma a crearne una nuova, quella appunto dell’opera d’arte.
Così la riflessione esistenziale, in un felice momento di unione all’abilità tecnico espressiva, dà luogo ad un mondo nuovo, in cui l’attribuzione di senso alla realtà più complessa fra quelle esistenti – l’uomo – si esprime ai suoi livelli più maturi.
E’ un percorso che rimanda direttamente ai padri riconosciuti della pittura moderna, ed in particolare a quel Van Gogh cui si riconosce una potente tensione morale, poi lentamente accantonata in favore di un dilagante interesse per l’elemento linguistico che ha preso il sopravvento nel tempo successivo.
Spendendo le sue energie creative nella figurazione ritrattistica, Paolo Facchinetti finisce per riannodare filoni di ricerca lasciati sospesi da decenni, ma culturalmente mai superati.
Ne scaturiscono opere che alludono ad una sorta di sostrato esistenzialista, tipicamente lombardo e bergamasco (si veda “Anima persa”, un’opera che sarebbe piaciuta a Giovanni Testori, o “Studio per testa”, 2000, che sembra avere l’essenziale espressionismo di un Varlin), da cui l’autore si riscatta ideologicamente con prodotti di grande respiro emotivo come nella serie degli “Sguardi” ad olio, autentiche pure emozioni.
Il volto, e i suoi dettagli, si mostrano in una imponente tridimensionalità ottenuta con un uso sontuoso della materia pittorica, sempre in dialogo aperto con il contesto atmosferico, che illumina di bianco-luce le zone più aggettanti. Qualche volta, anche in un andamento sostanzialmente monocromo dell’opera (“Ritratto all’amico pittore Maurizio Bonfanti”) è possibile ravvisare la sensazione del contesto in cui l’oggetto è inserito.
Restano solo da registrare infine alcuni originalissimi impianti iconografici, come la plurisequenza di “Men. 1999”, una sorta di uomo nella storia, oppure l’”Autoritratto” strutturato e quasi didascalico in cui alla parziale presenza di se stesso si aggiungono le rappresentazioni simboliche del suo contesto esteriore – Bergamo – ed interiore – i pennelli -. L’importante abilità tecnica dell’autore offre in quest’opera (ma il caso non è unico) un godibilissimo brano di pura pittura nel chiarore tattile e armosferico della camicia, quasi un omaggio ad una tradizione della pratica pittorica tanto antica quanto – forse – modernissima.

Antonia Finocchiaro

 

Liricamente
Dedicato ai Grandi della musica classica

“…la pittura è la mia solitudine,
ma soprattutto la mia salvezza,
la mia libertà,
dove ancora esistono l’immaginazione,
il sogno, l’alchimia, il rito magico di un segno,
di una forma, di un colore…”
(Paolo Facchinetti)

Paolo Facchinetti vive il suo “far pittura” come attività-necessaria quotidiana, in intima simbiosi con l’evoluzione dei suoi pensieri e delle sue passioni. Un lavoro nel quale si avverte genuinità, serietà ed emozione. Dopo le precedenti esperienze astratte, la sua ultima produzione ci mostra la cosciente volontà di riappropriarsi della “figuratività” del mezzo pittorico. In questo non è necessario leggere un contrasto: se il gesto astrattizzante è vivibile come continuum si tratta solo di vedere fin dove esso viene spinto, quale volume, quale profondità può raggiungere.

Al di là dei dualismi (formale/informale, figurazione/astrazione) che caratterizzano un percorso artistico, ciò che si impone di fronte alle tele di Facchinetti, è la complessa fenomenologia di un segno pittorico nelle sue evoluzioni. Esigenze espressive diverse, in continuo feed-back con la non-logicità di un “mestiere”, quale quello dell’artista, che vacilla tra la facile collocazione e la più totale inclassificabilità. Si avverte una sensibilità che nasce dalla sincera necessità del “fare” pittorico, diretta, filiazione di un pensiero volutamente solitario. Fuori dal mito di un’arte accessibile solo agli “addetti ai lavori”.

Il sentire la propria attività carica di implicazioni etiche, rappresenta una costante all’interno del lavoro di Facchinetti. Nella genuinità del suo proporsi si sente la consapevolezza di quello che la zattera esistenziale può offrirci. Qualcosa di più e di diverso dalla categoria dell’autore drammatico, lontano, comunque, dalla facile ideologia del visionario angosciato e dal mito dell’orecchio tagliato.

La varietà dei soggetti presentati asseconda la multiforme esigenza espressiva: il medesimo segno scattante, in alcuni tratti nervoso, a delineare la mobile espressione di un volto come il ritmo di un paesaggio urbano o il profilo di un albero. La tavolozza è altrettanto varia: si passa da accostamenti cromatici aggressivi ( dei rossi o dei rosa vicini ai toni Kitsch di certe fotografie dell’arte americana anni ottanta, di vaga atmosfera pop-decadente ), ad accenti quasi impressionistici dove il colore, pur assumendotonalità pastello, non perde la sua fisicità.

Nel complesso dei “ritratti lirici”, la struttura compositiva è semplice, spoglia, spesso caratterizzata da grandi spazi vuoti, lasciando libera azione al gesto. Il soggetto è proiettato su fondali teatrali di un’essenzialità provocatoria. Esso si staglia prepotente e sicuro, facendo violenza allo spazio concesso e forzandone i limiti bidimensionali. Nello scatto del gesto si legge la velocità del pensiero. L’immagine è come “sbavata”. Registra il movimento senza comunque raggiungere una forma risolutoria.

La passione per la musica lirica e classica è complice della creazione pittorica. Nel gesto si traduce l’audacia delle armonie di una sinfonia, come pure la violenta pienezza di una voce al grado più alto della scala tonale. Il mondo della musica è visto nella sua piena vitalità e potenza spressiva. Le immagini sono mosse, vibrate di un dinamismo estremo. Nelle opere su tela, come nei disegni, la velocità del segno sorprende la forma riducendola all’essenziale. Ciò che rimane sono tracce in cui la figura viene scomposta dal movimento rapido e agile del gesto deformante. La decostruction del soggetto avviene in”presa diretta”, secondo la filosofia interna di medium quali la fotografia e il video, da tempo del tutto integrati nell’attività pittorica.

La forza comunicativa, che domina i lavori sulla figura umana, non perde freschezza ed agilità nei paesaggi, raccontati per frammenti o presi nel loro complesso. Non viene meno quella sorta di tensione visiva che è presente in tutte le opere. Le case del centro storico del paese natale si incastrano a vicenda, tra porzioni di selciato e frammenti di cielo, in un susseguirsi continuo di muri e finestre, in scorci taglienti di matrice fotografica.

La portata e l’intelligenza del linguaggio di Facchinetti sta nella sua attenzione alla sospensione tra elemento fisico ed incorporeo, tra il flusso già consegnato al passato ed uno già proteso al futuro, tra ciò che non esiste più e ciò che non esiste ancora. Il frammento pittorico registra una molteciplità di movimenti e spinte che non trovano esaurimento. Sulla superficie della tela la forma è continuamente modificabile e perfettibile, l’essere è “vivente” in quanto è “mutante”.

In quest’ultimo frammento di novecento, merita attenzione un autore come Facchinetti che commentando il suo lavoro sembra formulare un proponimento per se stesso (un invito per chi si accosta alla sua opera): “Meglio forse viaggiare a ritroso e recuperare uno sguardo lirico sulla realtà” (Paolo Facchinetti)

Viola Giacometti